Ho sempre saputo che la mia città mi stava stretta.

Non perché fosse sbagliata.

Era semplicemente troppo piccola per tutte le versioni di me che ancora non conoscevo.

A diciassette anni venne a trovarci una zia che viveva in America.

Mi guardò, parlò con mia madre e disse qualcosa di molto semplice:

Lascia che venga in America. Da noi starà benissimo.

Non successe.

Ero minorenne e, a quell'età, molte decisioni appartengono ancora agli adulti.

Per anni avrei potuto raccontare quella scena come una grande occasione perduta.

L'America.

La partenza.

La vita alternativa.

La porta rimasta chiusa.

È una narrazione molto seducente, perché le vite che non abbiamo vissuto hanno un vantaggio sleale:

non hanno mai avuto il tempo di deluderci.

Possiamo renderle perfette.

Siamo noi a scegliere il quartiere, gli amici, gli amori, perfino la colonna sonora.

La vita vera, purtroppo, pretende anche il lunedì mattina.

Qualcuno aveva visto spazio

Quella zia non poteva sapere chi sarei diventato.

Probabilmente non lo sapevo neppure io.

Ma aveva intuito una cosa: forse avevo bisogno di spazio.

Non necessariamente dell'America.

Di spazio.

Per provare.

Per sbagliare.

Per cambiare.

Per essere una versione di me che nel luogo in cui ero nato non riuscivo ancora a immaginare completamente.

È strano quando qualcuno vede una possibilità in noi prima che abbiamo le parole per descriverla.

Non ci consegna il futuro.

Ci mostra soltanto che il futuro non è obbligato a somigliare al presente.

Il dovere di sapere

Ai giovani chiediamo spesso una cosa abbastanza assurda: sapere già chi saranno.

Che cosa vuoi fare?

Dove vuoi vivere?

Qual è il tuo progetto?

Qual è la scelta giusta?

Come se a diciassette, venti o venticinque anni dovessimo presentare un curriculum di vita già compilato.

Ma l'esperienza non si inventa.

Si attraversa.

Molte delle cose che oggi chiamiamo carattere, gusto, coraggio o prudenza sono arrivate dopo una serie di tentativi che allora sembravano soltanto confusione.

Il dovere di essere già qualcuno.
Il diritto di diventarlo.

Non è un invito a vivere senza direzione.

È il contrario: significa accettare che una direzione può apparire camminando.

Il posto non ti salva

Per anni ho associato il cambiamento al partire.

Altrove sembrava significare libertà.

E qualche volta è vero.

Cambiare città, paese, lingua o persone può offrirci lo spazio che ci mancava.

Ma nessuna città ci consegna automaticamente una versione migliore di noi stessi insieme alle chiavi di casa.

Un luogo può facilitarci.

Può provocarci.

Può liberarci da uno sguardo al quale eravamo troppo abituati.

Ma prima o poi il permesso di diventare altro dobbiamo darcelo noi.

Io non sono andato in America a diciassette anni.

Ma l'idea che potessi appartenere anche altrove era ormai entrata nella stanza.

E non se n'è più andata.

Non dobbiamo essere fedeli a una vita immaginata

C'è una trappola anche nelle possibilità.

Possiamo innamorarci talmente tanto di ciò che avremmo potuto essere da trasformarlo in un altro dovere.

Avrei dovuto partire.

Avrei dovuto scegliere diversamente.

Se avessi fatto quella cosa, oggi sarei…

Non lo sappiamo.

Il passato alternativo è uno sceneggiatore molto generoso: elimina quasi sempre le scene brutte.

Forse quella vita sarebbe stata straordinaria.

Forse no.

Forse sarei rimasto.

Forse sarei tornato dopo sei mesi lamentandomi del caffè.

Quello che so è che non devo essere fedele neppure al sogno di quel ragazzo.

Abbiamo il diritto di cambiare anche i sogni.

Un desiderio può essere stato vero allora e non esserlo più oggi.

Non tutto ciò che abbandoniamo era falso.

A volte ha semplicemente finito il proprio lavoro.

Quella vita non è successa

La vita americana dei miei diciassette anni non è successa.

E oggi non la considero più una sconfitta.

Forse il suo compito non era accadere.

Era mostrarmi che esisteva un altrove.

Che la geografia nella quale ero nato non era il confine della persona che potevo diventare.

Una zia lo aveva intuito.

Io ci avrei messo un po' più di tempo.

Poi, a un certo punto, non ho più aspettato che qualcuno dicesse:

Lasciatelo andare.

Sono stato io a decidere.

Forse diventare adulti non significa finalmente sapere chi saremo.

Forse significa qualcosa di meno rassicurante e molto più libero:

sapere che possiamo ancora diventare.

E allora la domanda non è più soltanto quale vita non abbiamo vissuto.

È questa:

quale versione di te continui a rimpiangere soltanto perché non ha mai avuto la possibilità di deluderti?